
Dopo l’ultima prima stagionale del Regio, m’è venuta la curiosità di andare a sentire questo Elisir d’Amore nel Teatro Nuovo di Salsomaggiore Terme.
A volte anche le realtà di provincia riservano gradite sorprese. Nel complesso è stata una serata di tutto rispetto e ridanciana con la regia semplice ed efficace di Claudio Sportelli (resa che non è venuta meno per la sconcertante assenza del coro che ha creato qualche “problema” in momenti come quello dell’entrata di Belcore; chi interpretava il Sergente non sapeva cosa dire quando deve affermare che lui ed i suoi militari occupano la piazza, tanto che il suggeritore gli ha dovuto dare l’imbeccata a voce alta). Trovate registiche come quella citata hanno permesso di sopperire a questa mancanza.
Il lavoro di Sportelli è stato improntato alla risata spontaneamente franca. Le gags sono state ottime ed abbondanti, mai volgari come ad esempio il problema di far firmare il contratto con cui Nemorino diventa soldato, con il reclutando analfabeta (che non sa manco come fare la croce) e senza una penna in scena, oppure Nemorino ubriaco, a sua insaputa, che fa l’indifferente e lo sciocco nell’attesa che l’Elisir faccia effetto, tutta giocata proprio su una sbornia eccessivamente euforica. La migliore però è stata alla fine quando Belcore si accomiata da Adina e dichiara di scegliere Dulcamara come suo sposo “Peggio per te. Pieno di maschioni è il mondo: e mille e mille ne otterrà Belcore”. Detta in modo deciso, senza tristezze o arrabbiature con tanto di salutino effemminato. Non mi aspettavo di ridere così tanto quando s’è aperto il sipario e la scenografia era data da una diapositiva raffigurante uno scorcio paesano, Adina e Giannetta in posa come l’Amor Sacro e l’Amor Profano del Tiziano ma in versione moderna visti gli abiti delle artiste.
Il sapore campagnolo, oltre che dalle due efficaci diapositive (una per ogni atto), era ricordato dalla direzione orchestrale di Alessandro Arigoni. Quest’ultima ricordava la campagna sia per i tempi direttoriali (in certi punti degni della vita contadina) sia perché, quando dava un po’ di brio all’orchestra rischiando di coprire i cantanti (come nel terzetto Adina-Belcore-Nemorino del finale d’atto), usava la grazia di Sandrone Pavirone del Bosco di Sotto di Modena. C’è da dire che, a differenza di altre direzioni, quella di Arigoni era sempre elegante ed invitava a canterellare i brani più famosi (e qualcuno nel pubblico c’era, s’era piazzato due file davanti a me, con mia immensa gioia).
Il cast era tutto di giovani validi ai quali auguro una carriera che permetta loro di valorizzare le loro qualità. L’unica nota dolente, mi dispiace sottolinearla, è stato il tenore Claudio Minardi che ha delle doti attoriali di primissima qualità (la sua caratterizzazione del tonto, timido ed insicuro Nemorino è stata da Premio Oscar, c’è bisogno di caratteristi come lui sia nell’opera che nella prosa) ma la voce era opaca, di quelle che a Parma sono etichettate come di quelle che per salire devono prendere l’ascensore. Non ho ben capito se fosse perché era raffreddato o perché che la voce ha eletto residenza dove non deve. La Furtiva Lacrima è stata la prova più lampante, ancor più del “Quanto è bella”, in quest’ultimo punto, per lui, s’è sentita la mancanza del coro già accennata sopra.
Discorso al contrario va fatto per il soprano Sachika Ito che interpretava Adina. La voce è importante, calda con una buona dizione. La recitazione era improntata ad una raffigurazione di una teenager dei giorni nostri, di quelle che fanno passar la voglia di prendere moglie ai singles, interpretazione che difettava di quel pizzico di bastardaggine ormai insito in qualunque Adina.
La cavatina “Benedette queste carte” è stata eseguita bene con quel distacco che è normale quando uno legge col solo scopo di far passare il tempo. Distacco che, purtroppo, ha fatto capolino anche nell’ultima aria dove dovrebbe sparire visto che la ragazza si è sinceramente innamorata di Nemorino.
Il Dulcamara di Carlo Torriani è stato un Dulcamara di chiaro sapore bruscantiniano (il Richiamo a Nemorino per spiegargli come si assume l’Elisir era fotocopiato). Una scelta intelligentissima vista l’importanza del modello di riferimento. Dell’originale manca però la precisione nel sillabato che, col tempo, avverrà, mi auguro. La linea di canto è di buona fattura mostrata meglio nel primo atto che nel secondo. Il duetto con Adina ha visto il “Dottore” non trascinatore del duetto ma i due cantanti si sono dati il cambio, dando così maggiore importanza al lato femminile. Minuzie sottili per una prova che, se non si assesta tra i primi posti, supera quella di diversi altri colleghi in circolazione.
Il Belcore di Juan Micheletti è stato forse troppo umano rispetto a quello a cui siamo abituati. La sua prova è stata valida e sicura.
La cavatina, cantata più guardando Donizetti che non Felice Romani, è la dichiarazione d’amore che sembra sincera, non zuccherosa (al contrario di quella successiva di Nemorino) ma senza quel “copia e incolla” buono per qualunque membro del genere femminile. Questo Belcore cresceva con lo spettacolo. Già nel finale del primo atto era più convincente e trascinante, giocando bene sull'arrabbiatura e la stizza che prova per chi lo deride a viso aperto nonostante l'alito vinoso. Il meglio di sé l'ha dato nel duetto “Venti Scudi” e nel comicissimo originale finale.
Giannetta era Alessandra Sassi.
Assenti ingiustificati il Coro, il Notaio e parte del Pubblico (si stava molto comodi).
Alla fine applausi per tutti.
CAST
Sachika ito - Adina
Alessandra Sassi - Giannetta
Claudio Minardi - Nemorino
Carlo Torriani - Dulcamara
Juan Micheletti – Belcore
Alessandro Arigoni – direttore d’orchestra
Claudio Sportelli - regista
Orchestra filarmonica italiana
A volte anche le realtà di provincia riservano gradite sorprese. Nel complesso è stata una serata di tutto rispetto e ridanciana con la regia semplice ed efficace di Claudio Sportelli (resa che non è venuta meno per la sconcertante assenza del coro che ha creato qualche “problema” in momenti come quello dell’entrata di Belcore; chi interpretava il Sergente non sapeva cosa dire quando deve affermare che lui ed i suoi militari occupano la piazza, tanto che il suggeritore gli ha dovuto dare l’imbeccata a voce alta). Trovate registiche come quella citata hanno permesso di sopperire a questa mancanza.
Il lavoro di Sportelli è stato improntato alla risata spontaneamente franca. Le gags sono state ottime ed abbondanti, mai volgari come ad esempio il problema di far firmare il contratto con cui Nemorino diventa soldato, con il reclutando analfabeta (che non sa manco come fare la croce) e senza una penna in scena, oppure Nemorino ubriaco, a sua insaputa, che fa l’indifferente e lo sciocco nell’attesa che l’Elisir faccia effetto, tutta giocata proprio su una sbornia eccessivamente euforica. La migliore però è stata alla fine quando Belcore si accomiata da Adina e dichiara di scegliere Dulcamara come suo sposo “Peggio per te. Pieno di maschioni è il mondo: e mille e mille ne otterrà Belcore”. Detta in modo deciso, senza tristezze o arrabbiature con tanto di salutino effemminato. Non mi aspettavo di ridere così tanto quando s’è aperto il sipario e la scenografia era data da una diapositiva raffigurante uno scorcio paesano, Adina e Giannetta in posa come l’Amor Sacro e l’Amor Profano del Tiziano ma in versione moderna visti gli abiti delle artiste.
Il sapore campagnolo, oltre che dalle due efficaci diapositive (una per ogni atto), era ricordato dalla direzione orchestrale di Alessandro Arigoni. Quest’ultima ricordava la campagna sia per i tempi direttoriali (in certi punti degni della vita contadina) sia perché, quando dava un po’ di brio all’orchestra rischiando di coprire i cantanti (come nel terzetto Adina-Belcore-Nemorino del finale d’atto), usava la grazia di Sandrone Pavirone del Bosco di Sotto di Modena. C’è da dire che, a differenza di altre direzioni, quella di Arigoni era sempre elegante ed invitava a canterellare i brani più famosi (e qualcuno nel pubblico c’era, s’era piazzato due file davanti a me, con mia immensa gioia).
Il cast era tutto di giovani validi ai quali auguro una carriera che permetta loro di valorizzare le loro qualità. L’unica nota dolente, mi dispiace sottolinearla, è stato il tenore Claudio Minardi che ha delle doti attoriali di primissima qualità (la sua caratterizzazione del tonto, timido ed insicuro Nemorino è stata da Premio Oscar, c’è bisogno di caratteristi come lui sia nell’opera che nella prosa) ma la voce era opaca, di quelle che a Parma sono etichettate come di quelle che per salire devono prendere l’ascensore. Non ho ben capito se fosse perché era raffreddato o perché che la voce ha eletto residenza dove non deve. La Furtiva Lacrima è stata la prova più lampante, ancor più del “Quanto è bella”, in quest’ultimo punto, per lui, s’è sentita la mancanza del coro già accennata sopra.
Discorso al contrario va fatto per il soprano Sachika Ito che interpretava Adina. La voce è importante, calda con una buona dizione. La recitazione era improntata ad una raffigurazione di una teenager dei giorni nostri, di quelle che fanno passar la voglia di prendere moglie ai singles, interpretazione che difettava di quel pizzico di bastardaggine ormai insito in qualunque Adina.
La cavatina “Benedette queste carte” è stata eseguita bene con quel distacco che è normale quando uno legge col solo scopo di far passare il tempo. Distacco che, purtroppo, ha fatto capolino anche nell’ultima aria dove dovrebbe sparire visto che la ragazza si è sinceramente innamorata di Nemorino.
Il Dulcamara di Carlo Torriani è stato un Dulcamara di chiaro sapore bruscantiniano (il Richiamo a Nemorino per spiegargli come si assume l’Elisir era fotocopiato). Una scelta intelligentissima vista l’importanza del modello di riferimento. Dell’originale manca però la precisione nel sillabato che, col tempo, avverrà, mi auguro. La linea di canto è di buona fattura mostrata meglio nel primo atto che nel secondo. Il duetto con Adina ha visto il “Dottore” non trascinatore del duetto ma i due cantanti si sono dati il cambio, dando così maggiore importanza al lato femminile. Minuzie sottili per una prova che, se non si assesta tra i primi posti, supera quella di diversi altri colleghi in circolazione.
Il Belcore di Juan Micheletti è stato forse troppo umano rispetto a quello a cui siamo abituati. La sua prova è stata valida e sicura.
La cavatina, cantata più guardando Donizetti che non Felice Romani, è la dichiarazione d’amore che sembra sincera, non zuccherosa (al contrario di quella successiva di Nemorino) ma senza quel “copia e incolla” buono per qualunque membro del genere femminile. Questo Belcore cresceva con lo spettacolo. Già nel finale del primo atto era più convincente e trascinante, giocando bene sull'arrabbiatura e la stizza che prova per chi lo deride a viso aperto nonostante l'alito vinoso. Il meglio di sé l'ha dato nel duetto “Venti Scudi” e nel comicissimo originale finale.
Giannetta era Alessandra Sassi.
Assenti ingiustificati il Coro, il Notaio e parte del Pubblico (si stava molto comodi).
Alla fine applausi per tutti.
CAST
Sachika ito - Adina
Alessandra Sassi - Giannetta
Claudio Minardi - Nemorino
Carlo Torriani - Dulcamara
Juan Micheletti – Belcore
Alessandro Arigoni – direttore d’orchestra
Claudio Sportelli - regista
Orchestra filarmonica italiana
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