mercoledì 23 marzo 2011

Una giornata particolare (Torino e i suoi Vespri)

Fonte: Teatro Regio di Torino
(Foto di Ramella&Giannese)
Sarà perché arrivare a Torino e trovarla piena di sole e di bandiere tricolori ti mette allegria, e un po’ di groppo in gola. Sarà perché davanti al Regio è appeso un striscione (tricolore anche questo) che dice “presidente non lasciamo che la culla dell’arte ne diventi la tomba”, e allora tanti pensieri ti frullano in testa. Sarà che tutto il pubblico canta l’Inno di Mameli insieme al coro, davanti al sipario chiuso e coperto da una immensa bandiera italiana, e ti vengono in mente tante cose della tua vita, e non solo della tua, tanti fatti grandi e piccoli, belli e brutti, dolci e amari: e pensi come gli inglesi “nel bene e nel male è il mio paese”. Ecco, sarà il contesto o forse no, fatto sta che domenica a Torino è stata una di quelle giornate che non dimentichi.

Perché quando si apre il sipario e iniziano questi Vespri, quel brivido di emozione diventa magia, e quei pensieri che ti frullavano in testa, ti accorgi che li condividi con tanti altri, che quel groppo in gola ce l’abbiamo in molti. Soprattutto hai l’impressione che ce l’avesse anche Livermore mentre pensava questo spettacolo, e che la sua passione, la sua emozione siano autentiche e che sia stato capace di trasmetterle anche a tutti quelli che hanno lavorato con lui.
Questi Vespri sono contemporanei, Palermo è quella di oggi, gli oppressori non sono stranieri ma la mafia e il potere colluso, e gli oppressi siamo noi, siciliani e italiani di oggi, poco eroi e molto cialtroni, rimbambiti da una tv onnipresente, volgare ed ipocrita, grande manipolatrice della coscienze e del senso critico dei cittadini. Anzi dei sudditi, piegati da un potere ambiguo, invasivo, feroce.
E’ una regia “moderna”, ma una volta tanto non ti devi leggere cinquanta pagine di note di regia per capire che cosa volesse dire il regista, perché si capisce tutto subito. E se mancano le alabarde, c’è però un rispetto profondo, autentico della drammaturgia dei Vespri: non mi era mai capitato di avere tanto chiare le dinamiche interne ad un libretto complicato, non avevo mai capito così bene le ambigue motivazioni dei personaggi, non mi erano mai sembrati così avvincenti i Vespri Siciliani.
Livermore ha avuto un’idea, ci ha creduto e l’ha sviluppata con coerenza ed efficacia, e ci sono momenti, in questo spettacolo, che non si dimenticano: Elena che canta “In alto mare, battuto dai venti” durante il funerale di stato del fratello Federico, scena ispirata al drammatico discorso di Rosaria Schifani al funerale di suo marito, ucciso con Falcone a Capaci; una “O tu Palermo” straziante in mezzo alle auto sventrate dalle bombe di Capaci; la solitudine di Monforte, uomo del potere, isolato da un struttura alta sul palcoscenico, che poi scende durante il duetto con Arrigo, quando Monforte diventa un padre respinto; “Mercè dilette amiche” che Elena legge sul gobbo, in uno studio televisivo, in mezzo a ballerine scosciate, vestita di rosso come le veline che hanno sfilato al braccio dei potenti per andare alla festa, a significare che il sistema la vuole fagocitare, normalizzando la sua sete di rivolta, e servirsi ipocritamente di lei e del suo amore per Arrigo; il finale, in cui i membri del Parlamento, tornati finalmente ad una composta dignità, si tolgono la maschera che portavano sul volto. E toccanti le immagini della nostra storia che scorrono sullo sfondo durante “O patria adorata”. Facile retorica? Forse sì, un pochino, ma la forza e l’eleganza della scena la riscatta in pieno.
Fonte: Teatro Regio Torino (foto di Ramella&Giannese)
E’ ovvio che tutto funziona anche perché tutti ci credono, e si sente, e perché Livermore ha a disposizione un cast eccellente, un direttore ispirato e un’orchestra in stato di grazia. Lo spettacolo può essere bello fin che si vuole, ma se poi sul palco ci salgono delle mezze cartucce è ben difficile che il pubblico si entusiasmi. Difficile invece dire chi sia meglio tra Gregory Kunde, Ildar Abdrazakov e Maria Agresta.
Kunde risolve l’ingrata, faticosissima parte di Arrigo da vero fuoriclasse: è un debutto (a 57 anni!) ma da grande professionista ha curato ogni dettaglio, e il suo è un Arrigo sorprendentemente giovanile, affascinante per eleganza di fraseggio, pulizia tecnica e intensità interpretativa. Se in “Giorno di pianto” si sente un po’ di fatica, e se sul finale risolve qualche acuto con un peraltro accettabilissimo falsetto, questo non inficia una prova straordinaria. E allo stesso livello, se non addirittura superiore, è il Procida di Abdrazakov: una voce stupenda, da vero basso verdiano, ricca di colori e di sfumature, ampia e sicura in tutti i registri, morbida e costante nell’emissione, anche quando come in “O patria adorata” canta letteralmente faccia a terra.
Maria Agresta si è accollata tre recite di fila, il 18,19 e 20 marzo, causa malattia della titolare del primo cast Sondra Radvanovsky. Deve avere una bella tecnica, e anche un notevole coraggio per reggere un simile tour de force. Domenica nei primi minuti sembrava in difficoltà, sembrava che la voce non “passasse”: invece già da “In alto mare” ha ingranato la marcia ed è venuta fuori una splendida Elena: una voce forse un po’ leggera per il ruolo, ma il timbro morbido e lucente, l’eleganza del porgere, la tecnica sicura con cui affronta gli scogli di una parte mostruosa le consentono un risultato di livello assoluto.
Leggermente al di sotto il Monforte di Vassallo, che manca un po’ di varietà di accenti e tende a cantare tutto in forte. Ma con tutto ciò, ce ne fossero! Perché nell’insieme il suo Monforte è trascinante, specialmente nel duetto con Arrigo: vere ovazioni per i due alla fine, tanto che Kunde rientra visibilmente emozionato in scena e stringe la mano a Vassallo, mentre il pubblico continua ad applaudire entusiasta.
Fonte: Teatro Regio Torino (foto di Ramella&Giannese)
Altrettanto entusiasmo per Noseda, l’orchestra e il coro: e se lo meritano tutto, che davvero è una giornata di grazia, fin dall’intensissima ouverture, e poi via via in una lettura dell’opera piena di forza e di pathos.
Bravi e corretti anche i numerosi comprimari, e splendido il coro, molto impegnato anche dal punto di vista attoriale.
Ciliegina sulla torta: il registra era nel foyer durante gli intervalli, e si è amabilmente intrattenuto in chiacchiere con noi (invadenti) spettatori. E’ stato bello sentirlo difendere il suo lavoro dalle critiche di una spettatrice nostalgica delle regie tradizionali, accalorandosi nella discussione, senza “tirarsela” per nulla, anzi, tutto felice dei complimenti e quasi emozionato anche lui, insieme a noi.
“Badate, egli ci crede”, e insieme a Lei, signor Livermore, almeno domenica ci abbiamo creduto anche noi, nel miracolo dell’arte che tiene sveglie le coscienze e ci trasforma da sudditi in cittadini.

A cura di
Leonora Prassede

7 commenti:

  1. Recensione commossa e commovente come lo spettacolo.
    Vasco

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  2. Il mio dispiacere per essere rimasto senza biglietto aumenta sempre più ;(
    Ho sentito l'opera grazie ad una registrazione e devo dire che meritava esserci.
    Intanto mi ascolto la registrazione... sigh!

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  3. Ottima recensione... condivido in pieno!!! Anche per me resterà una giornata indimenticabile!
    Monica

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  4. Purtroppo anche la registrazione video non è in grado di restituire l'aria che si respirava in sala e nel foyer. Commenti mai sentiti a proposito di spettacoli operitici.
    Vasco

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  5. Bellissima recensione che condivido in toto!!!! Soprattutto nell'elegio della regia....
    Davide

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  6. condivido tutto... è stata una giornata stupenda... ad oggi la più bella passata all'opera!!! sarà mica il fascino del Tricolore... ???
    M.Antonietta

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  7. Appena mi arriva il video dell'Inno cantato da tutto il pubblico lo inserisco in un post ad hoc :)

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