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| Fonte: Teatro Regio di Parma |
Eccoci qui, dopo aver ascoltato Il Naso (Nos) di SŎSTAKOVIČ in un teatro semi deserto, a confrontarci su un titolo che non ha certamente raccolto i favori del pubblico del Regio. La sala era semi vuota già all'inizio dello spettacolo, ma già dopo il primo quarto d'ora si sono registrate le prime defezioni. Durante l'intervallo eravamo la metà del pubblico di partenza, ulteriormente decimato durante il secondo tempo dell'opera. Alla fine però, il poco pubblico rimasto, ha voluto premiare con applausi convinti e anche qualche Bravo gli artisti russi.
Ecco qui un primo parere. Altri ne seguiranno!
Perché è tanto inquietante questa musica?
“Perché è tanto inquietante questa musica? Perché non riesco a dire che mi piace, ma mi sento così coinvolta, e mi emoziona, e mi mette addosso ansia e stordimento?”
Me lo chiedevo ieri sera mentre ascoltavo questo “Naso” al Regio, e non riuscivo a darmi una risposta.
Ho continuato a pensarci mentre tornavo a casa, attraversando il centro tranquillo e silenzioso, le belle vie quiete di una Parma già mezza addormentata. Poi stamattina mentre andavo al lavoro, quelle stesse strade erano piene del traffico di un giovedì mattina, e per un attimo ho “sentito” la voce della città: mi sono accorta che è un suono dissonante, che l’armonia esisterà certo in natura ma ce n’è poca nella nostra vita quotidiana. C’è molto più Šostakovič che Verdi o a Bach, tra gli autobus o in ufficio.
Ecco, lo dico da ignorante, in tutta umiltà, è questo che mi inquieta: non riesco a mettere un po’ di distanza, il grottesco del Naso (o la tragedia di Wozzeck) sono troppo vicini, troppo miei, troppo quotidiani per essere catartici, e quindi consolanti. Non acquietano, inquietano. Mi turbano.
Il mondo, il mio mondo è confuso, rumoroso, dissonante. Mi sento tanto, ma tanto più simile al povero Kovalev che ha perso il naso, che a Rosina o a Violetta. E la gente intorno a me quando si sente smarrita, sola, angosciata, somiglia tanto più a Wozzeck, che a Lucia che muore d’amore accompagnata dalla glassarmonica o dal flauto.
Vivo in mezzo al chiasso dissonante della modernità, e quando morirò sarà probabilmente in una rumorosa e dissonante corsia d’ospedale. Voi che ne dite, sarà questa la risposta?
E comunque, se uno spettacolo ha la forza di scuotere, se riesce a far pensare, vale in ogni caso la pena di esserci stati.
Ps: da ignorantissima, certi momenti “jazzistici” e di sole percussioni mi sono sembrati
entusiasmanti.
Leonora Prassede

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