lunedì 10 gennaio 2011

Viaggio a PingReims

VIAGGIO A PINGREIMS

Opera ad Atto Unico

Scena Prima
Servitori, contadini e contadine a Parmières, nell'albergo termale "Il Tenor d'Oro", preparano le stanze e le sale per gli ospiti illustri che si preparano a partire insieme per assistere all'incoronazione della Diva Ping Regina di tutti i teatri.
Madama Augnese, proprietaria dello stabilimento, dà ordine alla servitù di affrettare i preparativi per il viaggio, intonando la celebre aria “Orsù con salami e prosciutti riempite i bagagli”. Giunge però notizia che il carro con il bagaglio dei nobili ospiti ha avuto un incidente e giungerà in ritardo. 


Scena Seconda
Madama Augnese si affretta nelle stanze dell’albergo a comunicare agli ospiti la notizia di tale incidente che farà tardare la partenza: la parigina Contessa di Claudeville, pazza per la moda e segreta amante del cavalier Tomfiore, giovane ed elegante ufficiale francese, piange disperata per il bagaglio disperso e, rivolta agli armadi vuoti intona la mesta aria “Senza le vesti partir degg’io”, in cui piange anche per aver perso le preziose tessere del suo passatempo preferito. 

Scena Terza
Nelle stanze attigue, il barone di Vasconok, ufficiale tedesco fanatico per la musica chiacchera con Don Ilivaro, grande di Spagna, che presenta al barone la bella vedova polacca Settimia Religioska, di cui è innamorato. Nella cavatina “Di Polonia le belle vedove – ch’al mio sguardo avvampan d’amor”, Don Ilivaro canta al barone del fausto incontro avvenuto poco tempo prima nei giardini di Varsavia, dove la bella Settimia era intenta a cogliere fiori.
Entra in scena il conte Devotenskof, un gentiluomo russo anch’egli innamorato di Settimia Religioska, e Ilivaro, ingelosito, inveisce contro il rivale con l’aria “Non più amerai la dolce polacca”. Il conte risponde intonando una dolce canzone rivolta alla cara Settimia “Nei loggion il tuo volto ch’io veda”. La vedova polacca in lacrime ascolta la canzone dell’amato Devotenskof, e disperata prega segretamente la Diva Ping che possa farle coronare il sogno d’amore con il giovane russo. La rivalità tra i due prosegue, ma giunge nella stanza l’improvvisatrice italiana Marinna, che con la sua arpa suona lo struggente “Di tale amor proteggi la sorte, oh Diva!”. Marinna invita tutti a dimenticare i rancori. Nel sestetto finale “Amori, dissidie e tradimenti!”, i presenti si congedano e tornano nelle loro stanze per proseguire con i preparativi.

Scena Quarta
Don Marondo, giurista e appassionato di antichità, si aggira solitario per le stanze dell’albergo, compilando un inventario delle rarità operistiche possedute da ogni ospite. Tra le registrazioni, Don Marondo trova un nastro della celebre aria “Giorno di pianto” eseguita dal grande tenore Scanigliato. Volendo rivivere quell’indimenticabile momento, il giurista si reca nella sala da gioco dove un antico grammofono permette di ascoltare ancora questa preziosa registrazione. Marondo, deliziato dalla soave voce del tenore, chiude gli occhi sognante, ma è interrotto dal pianto di Lord Ivanney, colonnello inglese, segretamente innamorato di Marinna, che piange le sue pene d’amore.
Intanto, rientra in albergo, dopo un lungo e fruttuoso giro per acquisti in città, il giovane ed elegante Cavalier Tomfiore. Come ogni giorno, ha ordinato fasci di fiori per le ospiti dell’albergo. Ha fama, infatti, di gran seduttore. Nel riporre i nuovi e costosi capi nelle pregiate armadiature dell’albergo, Tomfiore intona la celebre aria “Questa e quella griffate pur sono”.
Don Marondo va dal Cavaliere per annotare nel suo inventario le registrazioni possedute dal giovane. Vedendolo impegnato nella contemplazione del vestiario lo deride, ricordandogli come, nella vita, siano più importanti gli abbonamenti per le Stagioni d’opera e gli acuti e i vibrati del grande Scanigliato. Don Marondo esegue l’aria “Non più acquisterai cavaliere amoroso”, ma Tomfiore non sembra persuaso. Si congeda da Marondo ed esce dalla stanza.

Scena Quinta
Madama Augnese convoca tutti gli ospiti nella sala da pranzo. Gli ospiti accorrono e Augnese comunica a tutti che è impossibile intraprendere il viaggio per Pingreims perché non si riescono a trovare cavalli. Gli ospiti, affranti, cantano la loro tristezza: non potranno vedere la loro Regina incoronata e portata in trionfo. Intonano il mesto coro “Nostra diva, sì cara e perduta”.
Madama Augnese, colpita dall’intensità del dolore dei suoi ospiti, propone loro di recarsi ad acclamare la Diva quando farà ritorno a casa e intanto festeggiare in albergo con un grande banchetto. Gli ospiti si avviano verso le stanze, per fermare i preparativi e organizzare i festeggiamenti.
Il Cavalier Tomfiore si attarda nella sala, pregustando il momento in cui potrà omaggiare la Regina con un mazzo di fiori profumati, cercando di sedurla e facendola cadere ai suoi piedi. Tomfiore sorride e intona la famosa cabaletta “Attendimi Regina, tu mia diventerai”. La contessa di Claudeville, da sempre innamorata del giovane, ascolta di nascosto il suo proposito: infuriata e piena di gelosia torna nella sua stanza, lanciando invettive e anatemi contro il giovane e la Regina.
Tomfiore ascolta le grida della contessa, ma, credendosi irresistibile, pensa alle nuove conquiste. Alla scena assiste, nascosto, Don Marondo: divertito per la fine dell’amore della contessa, si prepara a terminare la sua lista di rarità operistiche.

Scena Sesta
È sera. Gli ospiti sono tutti radunati nella sala da pranzo. Dopo un brindisi dedicato alla Regina, i detti si accomodano intorno alla tavola imbandita.
Don Ilivaro vigila sulla bella Settimia: il Devotenskof, infatti, cerca sempre di attirare la sua attenzione. Don Marondo, Lord Ivanney e Marinna si scambiano le ultime novità sulle vicende amorose degli ospiti dell’albergo. Il Cavalier Tomfiore cerca, invano, di farsi perdonare dalla bella Contessa di Claudeville, che però ha già rivolto le sue attenzioni verso il Barone di Vasconok.
Madama Augnese, felice, invita tutti gli ospiti a brindare, ognuno nella propria lingua, alla lunga vita della Regina Ping. Gli ospiti accolgono l’invito e Marinna, con la propria arpa, accompagna il concertato finale “A te, oh diva, leviamo i calici”.

A cura di
Augnese e Maria perpetua

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