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| Foto Ramella&Giannese - Teatro Regio di Torino |
È un pugno nello stomaco questa Butterfly firmata Damiano Michieletto: una lettura lucida ed illuminata di un libretto che non ha nulla dell’aura edulcorata di cui solitamente si ammanta quest’opera, una lettura che avrà forse deluso lo zoccolo duro degli irriducibili sognatori che non vogliono altro che abbandonarsi ad una zuccherosa storia d’amore! Di romanticismo ce n’è ben poco in questa visione, ma a ben vedere , ce n’è poco anche nel libretto di Illica e Giacosa: basta porre attenzione a quello che dice Pinkrerton durante la trattativa con Goro per l’acquisto della casa: “Brindo al giorno in cui mi sposerò con vere nozze a una vera sposa americana” (chissà perché prima non l’avevo mai notata questa frase)……
È chiaro invece perché questa frase di solito passa quasi inosservata: perché tutti noi vediamo solo quello che vogliamo vedere: e quello a cui ci hanno abituati le classiche trasposizioni di Butterfly è la romantica storia d’amore in cui identificarci (si certo, nel finale Pinkerton è un po’ mascalzoncello, si stanca presto di questa giovane gheisa, ma vogliamo illuderci che Butterfly sia stata, anche se per poco tempo, amata veramente, che il suo abbandono sia stato determinato da cause di forza maggiore ove la lontananza ha poi giocato a suo sfavore, ma mai ci siamo particolarmente indignati verso Pinkerton!) Michieletto invece ci fa indignare: ci fa vedere la storia per quello che è: un’attualissima squallida storia di turismo sessuale ai danni di una minorenne nel lontano oriente e Pinkerton: un ricco americano abituato a comprare tutto ciò che gli serve compreso il sesso! Così il duetto d’amore tra i più celebri del melodramma viene spogliato di tutto il suo romanticismo e reso nella sua dolorosa crudezza: come una dichiarazione a senso unico di una Butterfly innamorata ad un Pinkerton che ripete parole vuote mentre beve e si ubriaca in attesa di mettere le mani addosso con lascivia alla sua preda!.. Paradossalmente il duetto così proposto, risulta ancora più commovente di quanto lo sarebbe stato in una versione “classica” in quanto viene ingigantita la solitudine e la vittimizzazione di lei! E tutto ciò senza tradire assolutamente Puccini ed i suoi librettisti (Ma vi siete mai resi conto del cinismo di cui è intriso tutto il dialogo con Sharpless del 1° atto ad esempio?: frasi come “La comperai per novecentonovantanove anni, con facoltà, ogni mese,di rescindere i patti. sono in questo paese elastici del par, case e contratti.” o quella che esprime il suo “facile vangelo”: “Dovunque al mondo lo Yankee vagabondo si gode e traffica sprezzando rischi, Affonda l'áncora alla ventura….La vita ei non appaga se non fa suo tesori fiori d'ogni plaga, d'ogni bella gli amor.”e ancora : “il suo talento fa in ogni dove. Così mi sposo all'uso giapponese per novecentonovantanove anni. Salvo a prosciogliermi ogni mese ”…Sono frasi che abbiamo sentito innumerevoli volte quando abbiamo assistito a quest’opera eppure non ci abbiamo mai fatto caso e c’è voluto Michieletto con questa lettura che io ho trovato “illuminante” per porvi attenzione.Ma andiamo con ordine : l’ambientazione creata, è la periferia di una grande città orientale (non tanto il Giappone quanto un oriente più generico forse più simile ad Hong Kong o Singapore) un paese comunque toccato dal consumismo americano tutto panelli pubblicitari, bancarelle di cianfrusaglie a poco prezzo e donne esposte in vetrina altrettanto in vendita. In questa lettura Michieletto riesce a dare un’anima anche ai personaggi minori e così ecco Goro trasformato in pappone/faccendiere sempre pronto a ricavare qualche buon affare dai suoi loschi giri, lo zio Bonzo simbolo della tradizione e della spiritualità relegato su di una sedia a rotelle ovvero reso impotente da questo mondo basato solo sul consumismo e dove la religione non conta più nulla, Kate Pinkerton trasformata in una specie di Ivana Trump cinica ed arrogante che non esita nemmeno lei a tirare fuori i soldi per procurarsi ciò che desidera e strappare il bambino dalle braccia di sua madre e poi il bambino (bravissimo attore tra l’altro) a cui viene dato spazio rendendolo protagonista di un episodio di bullismo da parte di coetanei che non lo riconoscono come uno di loro. In mezzo a questa atmosfera di cinismo e squallore brilla come un faro un piccolo momento di poesia: quello del coro a bocca chiusa (pezzo che solitamente non mi prende un gran che e che mi limito a sopportare con indifferenza ) mentre qua m’è parso un piccolo gioiello: pura poesia supportato poi da questo momento di dolcezza in cui i figuranti che reggono lanterne colorate si aggirano nella penombra a vegliare il sonno di Butterfly quasi una visione onirica del mondo di dolcezza che lei sogna!
Se lo spettacolo funziona bene è anche per la perfetta coerenza tra la parte musicale e quella scenica ovvero: si capisce che il maestro Pinchas Steinberg ha lavorato a stretto contatto con Michieletto per restituire anche sul piano musicale quelle stesse sensazioni che si ricavano dal piano visivo, ovvero una lettura secca energica che non indugia in facili melasse ma aggiunge drammaticità al testo. Sullo stesso registro si sonno mantenuti i protagonisti: due solidi professionisti che non avranno brillato per particolari raffinatezze ma che hanno saputo infondere con un canto corretto e ben proiettato il giusto tono alla’opera! Dotati entrambi di grande squillo forse i loro limiti sono stati: per Hui He la tendenza un po’ all’urlo in acuto e per Pisapia quella di cantare tutto un po’ sul “forte” senza eccessive sfumature ma tutto sommato questo stile si sposava perfettamente con le esigenze sceniche perchè imprimeva al personaggio la necessaria "durezza". Molto bravo il terzo protagonista: Simone Alberghino che è riuscito a delineare con la presenza scenica ed il bel timbro brunito uno Sharpless dapprima elegante e distaccato poi compartecipe e commosso dal dramma di Butterfly Altrettanto buoni i vari comprimari a partire dalla Suzuki di Giovanna Lanza, Yamadori di Paolo Maria Orecchia (l’unico però la cui caratterizzazione scenica non mi ha convinto perchè presentato come un vecchio molto “male in arnese” e quindi comprensibilmente rifiutato da Butterfly) lo zio Bonzo di Riccardo Ferrari e il Goro di Gregory Bonfatti (molto più convincente scenicamente che vocalmente ma comunque un personaggio che riesce a calamitare l’attenzione) buoni tutti gli altri e ottimo come al solito lo splendido coro del Regio! Uno spettacolo insomma di grande impatto emotivo, che funziona bene e certamente non lascia indifferenti!
Madama Butterfly
Tragedia giapponese in tre atti
Libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa
dal racconto di John Luther Long
e dal dramma di David Belasco
Musica di Giacomo Puccini
Personaggi Interpreti
Madama Butterfly(Cio-cio-san) soprano Hui He
F.B. Pinkerton, tenentedella marina U.S.A. tenore Massimiliano Pisapia
Sharpless, console U.S.A.a Nagasaki baritono Simone Alberghini
Suzuki, servente di Cio-cio-sanmezzosoprano Giovanna Lanza
Goro, nakodo tenore Gregory Bonfatti
Il principe Yamadori baritono Paolo Maria Orecchia
Lo zio bonzo basso Riccardo Ferrari
Il commissario imperiale basso John Paul Huckle
L'ufficiale del registro baritono Franco Rizzo
Yakusidè basso Marco Sportelli
Kate Pinkerton mezzosoprano Roberta Garelli
La madre di Cio-cio-sanmezzosoprano Daniela Valdenassi
La cugina soprano Anna Maria Borri (
La zia soprano Maria de Lourdes Rodrigues Martins
Il figlio di Butterfly mimo Luca Bosso
Direttore d'orchestra Pinchas Steinberg
Regia Damiano Michieletto
Scene Paolo Fantin
Costumi Carla Teti
Luci Marco Filibeck
Assistente alla regia Roberto Pizzuto
Assistente alle scene Daniele Pietrobon
Assistente ai costumi Andrea Grazia
Maestro del coro Claudio Fenoglio
Orchestra e Coro del Teatro Regio
A cura di
Lucia Pinghella

bella recensione complimenti ping
RispondiEliminaLa number 1 ;)
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