Anche quest’anno, nel solco della ormai consolidata collaborazione con il teatro di Lugo di Romagna, il comunale di Bologna ha cooprodotto un’opera che è andata in scena nei giorni scorsi (Precisamente il 9 e l’11 di novembre) dopo l’esordio primaverile al teatro Rossini di Lugo. Trattasi dell’opera moderna di Powder her face scritta nel 1995 dal compositore britannico Thomas Adès su Libretto di Philip Hensher tratto da una storia vera: l’ascesa sociale e conseguente caduta della Duchessa d’Argyll che negli anni ‘60 scandalizzo i salotti inglesi per i suoi eccessi sessuali e fece parlare le cronache mondane per la sua miliardaria causa di divorzio.
La storia prende in considerazione quella sua parte di esistenza che va dagli anni 50 (ovvero quando Ethel Margaret Whigham, proveniente dalla ricca borghesia londinese, divorziò dal primo marito: il miliardario americano Charles Sweneey, per sposare Ian Campbell Duca d’Argyll) al 1993, (quando finì in miseria cacciata dalla suite dell’albero in cui si ridusse a vivere negli ultimi venti anni sommersa dai debiti per finire a morire pochi anni dopo In una modesta clinica londinese).Ma Ecco come Lady Margaret Whigham Sweneey sì trovò a diventare Margaret Campbell, duchessa di Argyll: dopo il divorzio dal primo marito, conobbe Ian Campbell Duca d’Argyll (nobiluomo dalle finanze alquanto dissestate a causa del dissoluto tenore di vita) che vide in lei la “gallina dalle uova d’oro” atta a rimpinguare il patrimonio perduto così la sposò senza pensare di modificare minimamente il suo consolidato stile di vita da scapolo, ma recandole in cambio in dote il titolo nobiliare di “duchessa”! Margaret donna ricca, bella e piena di successo, non si crucciò poi troppo delle scelleratezze del marito ma gli rese pan per focaccia dedicandosi alla frequentazione dei salotti mondani ed alla soddisfazione dei più sfrenati appetiti sessuali facendo parlare di se per la collezione dei numerosi amanti e le spregiudicate pratiche sessuali (tra le quali la fellatio a cui si favoleggia fosse particolarmente dedita). Il disinvolto libertinaggio della duchessa però, offrì il destro al marito per dare il via ad una miliardaria causa di divorzio, che si trascinò per anni concludendosi con la dura e moraleggiante sentenza di condanna del bacchettone giudice in carica e mise in piazza parecchi risvolti piccanti coinvolgenti i personaggi più in vista dell’alta società londinese causandole l’allontanamento dai salotti “bene” frequentati sinora. Si ridusse così a vivere per una ventina d’anni in albergo accumulando debiti e finendo piano piano in miseria. Rimase comunque sulla breccia fino al 1990, quando venne espulsa dalla sua suite dell'Hotel Dorchester per insolvenza, lasciando un debito di 33mila sterline e trasferendosi così nella casa di cura St. George di Pimplico dove nel 1993 morì.
La struttura formale di Powder her face è per quadri (esattamente otto) dove sono cristallizzate Ie situazioni salienti della vicenda. La struttura musicale invece è quella di un’opera da camera per un organico di 15 elementi in cu le percussioni la fanno da padrone. Come molte opere novecentesche si fonda essenzialmente su un declamato che si sviluppa su un impianto musicale parecchio dissonante anche se occasionalmente si può trovare qualche accenno di aria chiusa con una sorta di melodia più “classica” diciamo. E’ interessante però il fatto che questa dissonanza si sviluppi da una base di diversi generi musicali perfettamente riconoscibili legati alle atmosfere musicali dell’epoca in cui si snoda la vicenda. Nella parte iniziale ad esempio vi è una ‘allusione al jazz di Cole Porter (compositore molto in voga nei salotti dell’epoca che addirittura compose una canzone dedicata alla duchessa) in altri punti invece la musica richiama le atmosfere di Kurt Weill, di Alban Berg, e Stravinsky , mentre su finale i tanghi di Piazzolla.
E’ una di quelle opere che hanno la caratteristica di tante opere novecentesche ovvero: si fonda piu’ sulla teatralità che sul canto pertanto mi risulta difficile giudicare l’aspetto vocale in quanto, in mezzo a tanta dissonanza, non essendoci una linea melodica vera e propria e fondandosi in gran parte il canto sul declamato, non riesco mai a capire se quello che al mio orecchio risulta distorto è voluto o è un errore. Se vogliamo comunque tentare un analisi delle voci si può dire che qualche difetto c’era : Olga Zhuravel era un po’ ingolata, il tenore Mark T. Panuccio un po’ troppo tendente all’urlo, il basso Nicholas Isherwood tendente essenzialmente al forte e l’altra interprete femminile: Zuzana Marková, squillnate in alto ma un po’ più debole in basso. Comunque, ad esser sinceri, l’aspetto vocale in questo tipo di opere non mi importa tanto purchè l’insieme funzioni, perché quello che ti prende è come dicevo l’aspetto teatrale.
La regia gioca dunque un ruolo fondamentale e Pier Luigi Pizzi secondo me è riuscito in gran parte (anche se non completamente) a centrare l’obiettivo. Sicuramente l’aspetto glamour dell’allestimento è stato il punto di forza dello spettacolo che ha saputo attrarre l’occhio dello spettatore coinvolgendolo sapientemente: egli ha creato infatti, un’unica scena costituita da un’elegante e lussuosa stanza d’albergo completamente rosa fuxia (dalle pareti agli arredi agli accessori) nell’ambito della quale si muovevano i personaggi altrettanto eleganti e di affascinante presenza scenica complici oltre all’aspetto fisico gli splendidi costumi. In praticolar modo è perfetta nel ruolo della duchessa la bella e fascinosa Olga Zhuravel che riesce ad incarnare perfettamente questo tipo di personaggio pieno di charme e di aristocratica eleganza. Altrettanto affascinante l’altra interprete femminile che (come avviene per gli altri interpreti dell’opera ad eccezione della duchessa) interpreta più ruoli (la cameriera, la giornalista, una passante, l’amante del duca.. ) ed offre pure uno splendido nudo integrale. Insomma Pizzi ha creato un quadro perfetto del mondo vacuo e salottiero dell’alta società londinese di quegli anni: annoiata e perversa sotto un’apparenza rigidamente formale ed è riuscito risolvere con eleganza anche la scena “cool” della fellatio con la collocazione tra le cortine del sontuoso letto a baldacchino che permette di lasciar vedere quel tanto che basta per far intuire quello che sta succedendo senza trasformare la scena nel set di un film porno! L’allestimento però ha un limite, ovvero: quello di annullare lo spazio temporale della vicenda facendola risultare appiattita in uno statico presente ed insieme all’annullamento temporale viene a perdersi l’evoluzione dello stato sociale e psicologico della protagonista. Questo aspetto l’ho riscontrato soprattutto leggendo, (dopo aver già visto la messa in scena), iI libretto dell’opera ove ci sono note di regia ben precise ad indicare ad esempio che la scena iniziale e quella finale (che ne è la ripresa) dovrebbero essere ambientate in una squallida stanza di albergo recante le vestigia di un tempo che fu, simbolo del degrado morale e materiale in cui è scivolata la duchessa e, si dovrebbe respirare un’aria di malinconica nostalgia in stile “Viale del tramonto” .Tutto questo invece dall’allestimento di Pizzi non traspare assolutamente visivamente se non in qualche gesto (come nel quadro finale quando la duchessa, cacciata dal direttore dell’albergo per insolvenza, tenta come ultima chance di salvezza, la profferta di un’ennesime prestazione orale vedendosi però rifiutata e cadendo a terra annientata) Ciò non toglie comunque che lo spettacolo sia stato apprezzato dal pubblico, scarso ma entusiasta della prima, da cui è stato accolto con successo e applaudito calorosamente all’unanimità e con convincimento!
POWDER HER FACE ovvero: l’arte della fellatio
BOLOGNA 9/11/10
Opera da camera in due atti di Thomas Adès
Libretto di Philip Hensher
direttore Philip Walsh
luci Vincenzo Raponi
regia, scene e costumi Pier Luigi Pizzi
InterpretI
Duchess Olga Zhuravl
Hotel Manager, Duke, Laundryman, Other guest Nicholas Isherwood
Electrician,Lounge Lizard, Waiter, Priest, Rubbernecker, Delivery Boy Mark T. Panuccio
Maid, Confidante, Waitress, Mistress, Rubbernecker, Society Journalist Zuzana Marková
A cura di
Lucia Pinghella

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