mercoledì 3 febbraio 2010

Il Regio di Parma inaugura la stagione lirica 2010


La settimana scorsa (il 29 gennaio) Il Regio di Parma ha inaugurato la propria stagione lirica.
L'opera proposta per l'apertura non è certo delle più eseguite del maestro Verdi, e, sinceramente, dopo la prima di Parma ne ho capito anche il perché. Certo, uno spettatore non dovrebbe basarsi su una unica rappresentazione per costruire il proprio giudizio, men che meno se ha visto lo spettacolo di livello oratoriale di Parma. Per cui mi riprometto di andare a vedere quest'opera quando ne avrò di nuovo occasione, magari con un cast che sia almeno al livello di uno sperduto teatro di provincia.
La inaugurazione, come sempre accade, ha visto schierarsi giornalisti, persone famose, le due TV di Parma che non mancano mai, e tanti tanti vestiti firmati spolverati per l'occasione.
Il titolo non è di quelli che fa cassa, e in effetti i posti liberi in sala erano fin troppi per una prima di stagione. Qualche palchetto interamente vuoto si è visto (il numero è aumentato dopo l'intervallo) e anche il loggione non era certo pieno di gente.

Complessivamente lo spettacolo richiama in mente la Corrida - dilettanti allo sbaraglio, famoso programma di Canale 5. Mancano solo Scotti e la sua valletta. Il pubblico, inoltre, è sprovvisto di campanacci e pentole, ma meglio così, sennò si rischia di uscire storditi a fine recita.
Il lato vocale è, certamente, il punto dolente di questa rappresentazione. Fanno eccezione solo la Antonacci e Bordogna. I punti più deboli, ma veramente deboli, sono il tenore Ivan Magrì e il baritono Guido Loconsolo.
Probabilmente, il pessimo esito della rappresentazione, è stata dovuta a una probabile, forse, indisposizione grave, ma credo molto grave, dei due cantanti.
La direzione ci è andata giù con mano pesante, e a volte questo è stato un bene. Almeno ha coperto, per quel che si poteva, le voci.
Il lato visivo è, certamente, quello meglio riuscito. L'allestimento è gradevole, divertenti i costumi e interessante la regia.

Insomma, uno spettacolo noioso, che spesso ha messo a dura prova la resistenza al sonno di buona parte delle persone. Accompagnato da un pubblico fiacco, annoiato, che ha premiato con applausi convinti solo la Antonacci (una spanna sopra tutti, ma non esente da problemi, soprattutto in acuto). Durante l'intervallo alcune signore del loggione hanno brancato il sindaco, dicendogli semplicemente che l'opera faceva schifo. Alla fine il fuggi fuggi generale, con applausi mosci elargiti, come sempre accade, dalla platea e parte dei palchi, e tanta tanta comprensione per il cast vocale.

mercoledì 27 gennaio 2010

UN GIORNO DI REGNO:E CHI RIESCE A RIDERE?


La prossima opera che andremo a vedere sarà Un Giorno Di Regno ovvero il Finto Stanislao.
E’ la seconda opera di Verdi. Non è un gran successo poiché, si dice, che Verdi non riusciva a far ridere con le bare dei figlioli e di Margherita sotto i fogli dello spartito. E’ una dei tanti pretesti che usò il Maestro per liberarsi dall’impegno di musicare questo libretto eccessivamente sfrondato.
Diciamocelo in faccia senza finte balle. Verdi non sapeva far ridere e questa, insieme alla Luisa Miller, è forse la meno verdiana delle opere del Cigno di Busseto. A mio avviso, qui Verdi mostra quanto avesse studiato i compositori settecenteschi e, anche se non si sa quanto lo conoscesse, direi che strizza l’occhio in più punti al Cimarosa di cui oggi conosciamo solo Il Matrimonio Segreto ma all’epoca molto noto.
C’è da dire che è di estrema difficoltà. Ognuno ha le sue gatte da pelare e se non sa scuoiarle bene rovina tutta l’opera (il Direttore d’orchestra deve saper tenere in pugno tutta la partitura ma soprattutto il finale del primo atto dove, se non ha il polso forte, il palcoscenico diventa l’autobus 3 nell’ora di punta, il Cavalier di Belfiore ha una cavatina “a freddo” tremenda e deve tirare il quintetto “della cartina” e i finali d’atto, la Marchesa deve sempre stare in equilibrio tra recitazione e cantar bene come la palla da bowling senza mai cadere da nessuna delle due parti, i due bassi buffi devono stare attenti a non impastarsi quando cantano insieme (almeno 4 punti dell’opera), i due fidanzati non devono far venire il diabete anche se Edoardo viene dritto dritto dal Nemorino donizettiano e Giulietta è la classica “acqua senza sale” che non deve annacquare il resto.

martedì 12 gennaio 2010

Introduzione alla Damnation de Faust


Venerdì 15 gennaio presso la sala Halle aux Grains di Toulouse andrà in scena in forma da concerto La Damnation de Faust di Hector Berlioz. Per alleggerire la futura recensione ho pensato di scrivere poche righe su questa composizione, che per i più saranno delle ovvietà, ma per chi non conosce quest’opera potrebbero essere interessanti. Di sicuro farò felice il mio amico Don Rodrilir che trova noiosissimi questi preamboli. Hector Berlioz ha qui deciso di confrontarsi con il celebre mito di Faust. Ai quattro personaggi solisti Margherita (Mezzosoprano), Faust (Tenore), Mefistofele (Baritono o Basso, con varianti per le due voci), Brander (Basso), Berlioz ha deciso di aggiungerne un quinto: il coro ,vero e proprio protagonista al pari dei cantanti.
La Damnation de Faust è un ibrido, a metà tra un'opera e un oratorio. E' in effetti una "leggenda drammatica" in cui la forza persuasiva ed evocatrice della musica basta a sostenere l’interesse senza bisogno di alcun impianto scenico visivo. Jules Janin scrive che nessuna smessa in scena risulta utile: “non è un dramma, ma un sogno, un sogno di un poeta, di un pensatore, di un grande artista che ha visto Margherita e Faust come Amleto ha visto il fantasma, con l’occhio del suo spirito”.

giovedì 17 dicembre 2009

Il nastro bianco che precede la svastica.



Dopo “Funny games”, replica hollywoodiana della precedente versione europea dello stesso controverso film, il regista austriaco Michael Haneke torna in Europa, in Germania per l’esattezza, con il suo ultimo lavoro vincendo, meritatamente, il primo premio a Cannes.
Autore di pellicole originali e tormentate, Haneke si è sempre fatto portavoce della violenza in tutte le sue forme; violenza che egli non cerca di motivare, ma solamente di riportare nella sua versione più fedele. E se era arrivato a conquistare il “grande pubblico” facendosi conoscere con il bellissimo “La pianiste” (complice del successo la brava protagonista Isabelle Huppert) è ritornato in parabola discendente ai cinema d’essay con i successivi film di cui meritevole di menzione è “Le temps de loups” per poi approdare, inspiegabilmente, ad Hollywood.

sabato 28 novembre 2009

Dialogues des Carmélites a Toulouse


I Dialogues des Carmélites, seconda opera in cartellone della stagione lirica, sono andati in scena ieri a Toulouse accolti alla prima da uno strepitoso successo di pubblico. Il teatro purtroppo non era esaurito come avviene di solito, tuttavia devo ammettere che quello a cui ho assistito è stato lo spettacolo più completo visto sin’ora in questa città, tanto peggio quindi per gli assenti! Opera in tre atti di Francis Poulenc, i Dialoghi delle Carmelitane andarano in scena per la prima volta nel 1957 alla Scala di Milano. La storia, tratta dalla novella Die Letzte am Schafott (The Last on the Scaffold) di Gertrud von Le Fort, si ispira a un fatto realmente accaduto, e cioè all'esecuzione, nel 1794, durante il Regime del Terrore, di sedici religiose francesi, note come le "Beate Carmelitane di Compiègne", che si erano rifiutate di rinunciare ai loro voti.

Flagstaff in Fidenza, si chiude?... Firmate la Petizione!!!

Cari amici,
abbiamo saputo, con dispiacere, che l'evento culturale in questione rischia seriamente di non avere il sostegno economico da parte dell'Amministrazione del Comune di Fidenza. Vi invitiamo pertanto a sottoscrivere la petizione che trovate al seguente link: Petizione in favore dell'evento Flagstaff in Fidenza
Nella pagina troverete maggiori informazioni.
Grazie di cuore a tutti :)

lunedì 16 novembre 2009

Tancredi:viaggio tra le edizioni discografiche











La prossima opera che si andrà a vedere sarà il Tancredi. Opera poco rappresentata ma che ultimamente sta ritrovando il giusto posto nel repertorio affermato. Ognuno ha i suoi gusti ma certamente la musica è di gran qualità (si può criticare che la suddivisione in due atti così lunghi, specie il primo, possa far perdere la pazienza a chi non dà del Tu a Rossini).

Dovendo parlare dei dvd e cd di quest'opera, dato che è OBBLIGATORIO andare a Teatro preparati (come sono care le signore che dicono alla vicina di posto "Mo' entra Tizio e dice questo, questo e questo poi esce per fare quest'altro!" da insegnarli il finale della Tosca!), sono di parte poiché comincio con la prima edizione da me ascoltata del Tancredi con Marilyn Horne, Lella Cuberli, Nicola Zaccaria ed Ernesto Palacio diretti da Ralf Weikert (è l'edizione dalla Fenice) e da allora mai più lasciata dal tanto che mi piglia cuore e orecchio.
Marilyn Horne ha legato la carriera a tanti ruoli ma soprattutto al cavaliere esiliato che si fa onore prima di sposarsi/morire (a seconda del finale che si usa). Dal suo ingresso con quel tono tra il maschile e l'adolescenziale ci fa capire che abbiamo davanti a un giovane che sa quel che vuole che però, con la sola voce soprattutto nel duetto con gli archi in "Deliri, sospiri accenti contenti!", ci fa comprendere gli stati d'animo del personaggio tenendo ben conto che Tancredi non deve farsi riconoscere e quindi trattenere tutto (gli unici due momenti in cui è da solo rivela appieno la gioia del tornare, nella cavatina, e l'amarezza nell'aria del secondo atto).
Le fa da "spalla" una splendida Lella Cuberli che sfrutta bene i momenti cantabili di Amenaide senza eccedere in acuti e sovracuti ma mostrando che materiale vocale e tecnica possedeva. Tra le cose più belle di questo disco è "Giusto Dio" dove l'animo straziato di Amenaide e la bellezza della musica si fondono divinamente. Il fatto che sia un magnifico "comodino" (teatralmente parlando) è dato dalla perfetta sintonia che le due donne mostrano nel duetto del primo atto "L'aura che intorno spiri". Nicola Zaccaria è un Orbazzano solido come il cemento, di sicura garanzia anche se qui è alle prese con un ruolo poco generoso per l'interprete. Ernesto Palacio colto in un momento splendido della sua carriera. Costoro mostrano bene i loro mezzi soprattutto nel duetto iniziale "Se amistà verace e pura" rispettando il fatto che è il tenore il vero trascinatore, nonchè virtuoso cantante e brigliato dalle note precise di Rossini stesso il quale gli permette un margine di discrezionalità da"E contento in tal momento",fino alla fine del brano tenuto conto anche del ruolo politico del personaggio.
Purtroppo non posso parlare della risposta italiana all'artista americana, Lucia Valentini Terrani, poiché non esistono testimonianze in commercio dell'integrale esecuzione di quest'opera. Gira un'edizione pirata su internet con Mariella Devia come Amenaide. E' da pelle d'oca ma dato che non è di facile reperimento preferisco non fare il sadico e lodare come, essendo diversissima dall'edizione sopra riportata, soprattutto per il fatto che la Valentini Terrani punta sul lato en travesti del ruolo e la Devia sfoggia a piene mani la sua splendida tecnica e il saper affrontare Rossini (dove ognuna si prende quasi l'esclusiva del accompagnamento degli strumenti in orchestra: le Viole e i violini per la Valentini-Terrani e i fiati per la Devia). Peccato che queste due donne abbiano lavorato poco insieme. I loro duetti fanno rimpiangere tante belle occasioni perse... Anche se la Valentini Terrani, molte le ha recuperate con un altro soprano che, ahimé, non aveva però gli acuti e la leggerezza di questa Amenaide.
Un'altra registrazione del Tancredi che merita di essere notata è quella con Bernadette Manca di Nizza e la Bayo. Due cantanti che vocalmente non sono proprio a loro agio ma hanno il merito di essere tra le poche filmate in unarecita di quest'opera...
Merito che ahinoi non va a chi tanto si è prodigata per far suscitare la curiosità verso quest'opera, ovvero Giulietta Simonato.
Una idea di come potesse essere il suo Tancredi ce lo dà Fiorenza Cossotto. E' un Tancredi che rispecchia bene il fatto di essere un ruolo en travesti che non scade mai nel volgare ma conserva alcuni aspetti non virili dovuti alla scrittura rossiniana e all'età del esule condottiero. La cavatina è cantata in modo da idealizzare il personaggio quasi fosse un cavaliere della Tavola Rotonda già in "Tu che accendi" s'intende questa lettura del personaggio aiutta in questo dai fiati magistralmente condotti dal direttore d'orchestra.